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IN BRASILE

Pouso Alegre

Sviluppo e dignità. Tutto è iniziato in Brasile, lì dove Angelo Giacomini aveva vissuto a lungo e aveva toccato con mano la povertà e le necessità che la gente del luogo provava. Dopo tanti anni di lavoro e impegno, era tornato in Italia perché la salute si stava facendo sempre più precaria. Tornato nel Bel Paese, non si è certo dimenticato della povertà che aveva visto e vissuto in prima persona, per cui, dopo la ripresa fisica, ha iniziato a mandare in loco vestiario e generi alimentari. Nel 1980 Giacomini ebbe la grande fortuna di re-incontrare in Italia padre Adolfo Fabbri, un sacerdote conosciuto in America Latina anni prima, il quale, prima di diventare come missionario, era stato soldato nella Seconda Guerra Mondiale compreso un periodo di prigionia in Grecia. Terminata la guerra, padre Adolfo decise di partire per il Brasile, lì il vescovo di Pouso Alegre gli consegnò la parrocchia di Santa Rita che si trova in Extrema (Minas Gerais), l’ultimo paese dello Stato che confina con São Paolo. Extrema gode di un privilegio enorme: quello di essere situata sulla grande rodovia che collega São Paolo a Belo Horizonte, la sua capitale; per questo motivo è provvista di una rete di trasporti molto fitta, sia verso São Paolo che verso Belo Horizonte. Dista dalla sua capitale circa 492 km e si trova a 967 metri di altitudine per cui gode di un clima tropicale. Oltre alla parrocchia, padre Adolfo seguiva numerose cappelle all’interno, che visitava settimanalmente, per cui il suo lavoro era molto intenso e impegnativo. “Quando ci siamo incontrati, padre Adolfo mi ha supplicato – racconta Giacomini – di aiutarlo a salvare la chiesa di Santa Rita che era pericolante. Io ho accettato l’invito e ho iniziato una campagna di raccolta fondi chiedendo inizialmente ad amici e conoscenti di padre Adolfo. Nel giro di sei mesi abbiamo raccolto 16milioni delle vecchie lire, una cifra più alta del necessario richiesto. Per poter iniziare i lavori ho mandato in loco volontari del mio paese (Borgosatollo). Con l’ausilio di un ingegnere brasiliano, sono incominciati i lavori e, dopo qualche mese, la chiesa di Santa Rita era stata messa in sicurezza affinché potesse essere praticabile e adibita al culto. Con i soldi avanzati dall’intervento sulla chiesa, padre Adolfo ha chiesto di costruire un salone in oratorio per conferenze, festività e attività ricreative per i ragazzi. Oggi Extrema è una cittadella non più agricola ma industriale che conta 31693 abitanti (i dati sono relativi al 2013). Lo si deve anche a padre Adolfo che ha saputo, attraverso il suo ministero, far progredire il paese in cui operava. La popolazione, riconoscente, alla sua morte ha istituito una cappella nel cimitero locale, dove sono state depositate le sue spoglie”. Il rapporto con il Brasile è proseguito in particolar modo con il collegio molto rinomato “Sao José” di Pouso Alegre. Pouso Alegre deriva da “pousada” ovvero “sosta” e prende questo nome in quanto storicamente era un posto di sosta per tutti coloro che dovevano portare le merci a San Paolo, a Rio de Janeiro e a Belo Horizonte; è una città, situata a 832 metri sul livello del mare, che conta circa 140.000 abitanti. Ha zone industriali molto sviluppate, trovandosi geograficamente in un punto strategico; bisogna tener presente, inoltre, che intorno a questa città ci sono grandi estensioni di terreno per cui l’agricoltura è senza dubbio una delle fonti di economia della città e di quelle limitrofe: infatti qui si producono caffè, patate, fragole nonché latticini. È, inoltre, una culla culturale in quanto possiede numerose scuole secondarie e facoltà universitarie. “Il mio amico pavoniano padre Mario Zappa era uscito dal collegio per assistere 40 bambini in stato di abbandono e li aveva collocati in una piccola fazenda agricola”. Nel 1993 Giacomini incontrò padre Mario sul posto, comprese la difficoltà nella gestione di tutti quei bambini e gli promise che, una volta arrivato in Italia, avrebbe inviato immediatamente vestiario e generi alimentari. Ma non c’era solo questo. Padre Mario mostrò anche il bestiame che aveva nella fazenda. E Angelo, da esperto della materia, si accorse che le mucche erano zebù, cioè animali da carne e non produttrici di latte: infatti con il latte che recuperavano non riuscivano a dare la colazione a tutti i bambini! “Vicino alla sua fazenda ce n’era un’altra più grande, di un mio carissimo amico, l’avvocato Clemer, che possedeva una stalla molto all’avanguardia, contenente solo mucche olandesi, tutte con pedigree e con una resa di circa 50 litri di latte a capo. Approfittando della mia permanenza, sono andato a trovare Clemer nella sua fazenda; tra una chiacchiera e l’altra, abbiamo visitato tutta la sua tenuta, e quando Clemer mi ha portato nella stalla, ne ho approfittato immediatamente per esternargli le necessità di padre Mario, chiedendogli di vendere loro tre mucche. Vista la necessità, Clemer ha aderito subito alla richiesta e il giorno dopo c’è stato il passaggio del bestiame. Padre Mario è rimasto esterrefatto da questo dono! Gli ho raccomandato di abbattere il suo bestiame per avere immediatamente carne per i bambini e di trattare adeguatamente queste tre mucche che gli avrebbero dato più latte”. Poiché la fazenda di padre Mario era lontana circa 15km dalla città, faceva fatica a portare i bambini a scuola o all’asilo. “Allora proposi a padre Mario di comprare, con il mio aiuto, delle casette nella città di Pouso Alegre, visto che in quel periodo il valore degli immobili era molto basso. Queste case avrebbero potuto essere adibite a case-famiglia, in modo che i bambini sarebbero stati divisi e controllati da un’educatrice per ogni casa e sarebbero potuti poi tornare alla fazenda ogni fine settimana. La proposta è stata accettata; due di queste case sono state acquistate da noi e, quando andai a visitarle negli anni successivi, mi accorsi che su una di queste case era stato scolpito nel cemento il mio nome!”. L’emarginazione. Nel 1998, suor Eunice, a stretto contatto con i bambini a rischio emarginazione e violenza, chiese un pullmino per poter trasportare i ragazzi nelle varie scuole di Pouso Alegre. Vista l’attività di questa suora e il bisogno del mezzo che ci chiedeva, l’associazione rispose prontamente inviando il contributo per l’acquisto del pullmino. La forza di volontà. Le necessità proseguirono nel tempo così come la capacità di dare risposte da parte dell’associazione. A Pouso Alegre c’era una scuola che ospitava 110 bambini sordomuti in un ambiente ristretto e collocato sotto una chiesa. La direttrice, suor Eva, chiamò Giacomini per informarlo della possibile chiusura: questa, infatti, era stata la decisione assunta dalla superiora generale, suor Delia, che proprio in quei giorni (siamo nel 2002) era in Brasile. Fu così che Angelo contattò direttamente suor Delia: “Si è chiesta che cosa faranno domani questi bambini, rimandati in famiglia, dove i genitori non sono in grado di seguirli adeguatamente visto che nelle scuole statali non sono accettati?”. Due giorni più tardi, suor Delia ci chiese “se come associazione assicuravamo seriamente un contributo per finanziare una nuova struttura, in quanto il vescovo di Pouso Alegre aveva dato loro 22.000 mq di terreno. Ho garantito che il Progetto São José si sarebbe adoperato con il massimo impegno per far sì che questa nuova scuola potesse essere fatta nel minor tempo possibile. Dopo questo accordo ho parlato con il Consiglio e mi sono adoperato per il reperimento dei materiali necessari per la costruzione dell’edificio grazie a una grande gara di solidarietà e alla collaborazione di molte imprese sul territorio. “L’alluminio per fare le finestre ci è stato donato da Bertoli Bruno dell’industria ‘Metra’ di Brescia; l’assemblaggio dell’alluminio per i 96 finestroni scorrevoli è stato garantito gratuitamente dalla ditta “F.lli Polito” di Borgosatollo, che ha provveduto ad apporre zanzariere per ogni finestra; i doppi vetri sono stati forniti ad un prezzo più che scontato dalla ‘Vetro Domus’ di Rezzato; il materiale elettrico è stato donato dalle imprese ‘Garzetti Giovanni’, ‘Colosio Orazio’ e ‘Braga Roberto’, tutte di Borgosatollo; il materiale idraulico è stato donato dall’azienda ‘Rapetti’ di Castiglione delle Stiviere e dalla ditta ‘Cimberio Enzo’ di Novara; i sanitari sono stati offerti da Bergamo Ceramiche; la ditta Effea Aldo Albini di Bagnolo Mella ha donato 200 sedie; Giovanni Cattaneo di Carpenedolo ha destinato 60 tavolini, 250 sedie, 50 banchetti e 60 seggioline; la cabina audiometrica, infine, ci è stata donata dalla BCC Agrobresciano di Ghedi”. Tutto il materiale è stato spedito via mare con un container. Per ottenere i fondi necessari per l’opera, sono state organizzate varie feste: all’inizio di giugno con la festa “Camminare Insieme” per le coppie che avevano adottato i bambini con la nostra associazione; a fine giugno gli amici di Corticelle organizzarono una festa di tre giorni e, infine, nella festa del “Chiodino” a Dello vendettero prodotti gastronomici. Inoltre, il gruppo di Corticelle con Girolamo Bulla e altri tre pensionati gestiva la locale discarica da dove estraevano ferro e lo vendevano: il ricavato veniva deposto nella cassa dell’associazione a favore della scuola di Pouso Alegre. E in ogni festa veniva organizzata una lotteria con 50 premi di vario genere che portava ulteriori fondi. Sono stati poi mandati in Brasile diversi volontari, tra questi Pietro Sottini, che era in grado di fare l’idraulico, il muratore e il supervisore; tra le altre cose, costruì una cisterna d’acqua gigante che copriva il bisogno di tutta la scuola. “Questa scuola penso sia una delle opere più belle e significative da noi realizzate. Mi sono commosso profondamente nel discorso inaugurale alla presenza del Vescovo perché avevamo realizzato un’opera a favore di quei bambini che altrimenti sarebbero stati rispediti nelle loro famiglie che non avevano le risorse per accudirlo”. Un immenso grazie a suo Piera che ha seguito tutti i lavori della costruzione con la massima dedizione “Grazie suor Piera” La cucina. Nel 2009 Pietro Sottini scrisse che alla scuola professionale di Pouso Alegre, diretta da padre Gabriele, sacerdote pavoniano, bisognava sistemare urgentemente tutta la cucina e la dispensa, perché dovevano essere messe a norma così come previsto dal nuovo sistema sanitario, altrimenti gli alunni non avrebbero più potuto approfittare dei pasti. Pietro, con la sua competenza e usando degli aiuti in loco, ha provveduto grazie al contributo dell’Associazione, ad iniziare i lavori di ristrutturazione, terminati i quali “abbiamo inviato dall’Italia tutto l’arredo necessario a far sì che la scuola avesse una cucina conforme a quanto richiesto dalla legge. Terminati i lavori, padre Gabriele, con molta soddisfazione ha ringraziato in primo luogo Pietro e in secondo luogo il Progetto São Josè. Siamo stati molto lieti di aver contribuito, in modo che i ragazzi della scuola potessero usufruire dei pasti, a pranzo e a cena”. Opere complementari. Nel 2010 suor Elizette, superiora dell’Istituto dei sordomuti Filippo Smaldone di Pouso Alegre, fece una richiesta di materiale per la scuola riservata ai bambini sordomuti. “Con il sostegno degli amici di Corticelle, diretti dal solito prezioso Girolamo Bulla, abbiamo iniziato a raccogliere il materiale che ci era stato sollecitato: 100 tavoli per uso didattico, 300 sedie, una motozappa destinata alla manutenzione del frutteto di 16000mq attiguo alla scuola e il necessario per la costruzione di una serra, in modo da poter avere anche nei mesi invernali (luglio e agosto) la verdura per la scuola. La serra era necessaria, perché l’istituto, essendo situato a circa 1000 metri sul livello del mare, era sottoposto a gelate notturne frequenti. Accanto alla palestra avevano chiesto di allestire un giardino d’infanzia; abbiamo quindi inserito nel container una giostra, scivoli, altalene, panchine e altri giochi per i più piccoli; abbiamo inserito pure parecchio vestiario nuovo per i bambini”. Non solo bambini. Nel 2011 suor Celina del Carmelo di Pouso Alegre chiese un contributo per l’acquisto di una macchina per la produzione di paramenti sacri, che rappresenta una delle fonti di sostentamento del convento. Il consiglio approvò e, avuta la disponibilità finanziaria, le suore si adoperarono per l’acquisto immediato di questa macchina.

Patos de Minas

Il Seminario. A volte sono proprio gli incontri inaspettati a far nascere nuove relazioni di amicizia. Così successe, ad esempio, nel 1995 con dom João Bosco, vescovo di Patos de Minas, che conta circa 148.000 abitanti e prende il suo nome dalle numerose anatre (pato in portoghese significa anatra) che vivono nei laghi. Si trova a 832 metri sul mare, la temperatura media è di 21°C. È una città prettamente agricola e la ricchezza deriva dal bestiame e dall’agricoltura: fa, infatti, parte del bioma Cerrado, la classica savana brasiliana. La città è nota anche per il famoso mercato di bestiame dove gli allevatori gareggiano per il bestiame più bello. Nel tempo tuttavia si è imposta l’industria, in particolare quella dei pomodori in scatola o dei consorzi caseari che uniscono la vasta produzione agricola e il commercio in grande scala. Dom João Bosco domandò a Giacomini di sostenerlo nella costruzione del nuovo seminario maggiore, in quanto quello che esisteva era a 250 km da Patos ed era in pessime condizioni. Dom João insegnava filosofia e teologia ai seminaristi, ma gli impegni e la troppa distanza lo obbligavano tante volte a non essere presente alle lezioni. “Ho dovuto chiamare l’immancabile Pietro per seguire i lavoratori in loco; per dare sostanza alla costruzione dello stabile, abbiamo inviato due container dall’Italia con materiale elettrico, idraulico, serramenti in alluminio, porte e tutto ciò che era fondamentale per il funzionamento della struttura. Mandammo anche una moderna cucina per la comunità. Per i sanitari, invece, feci richiesta all’Ideal Standard di Brescia, che, oltre a fornirci gratuitamente il materiale, ci evitò anche le spese di spedizione: ‘Noi a Jundiaí abbiamo una grossa filiale, per cui faremo un buono affinché tu possa ritirare direttamente questo materiale in sede’”. Si evitavano così costi inutili.Questa struttura, la cui costruzione è durata cinque anni, può orgogliosamente stare in vetta a tutti i seminari maggiori brasiliani, perché è veramente ampia: 35 camere con bagno privato, una cucina moderna, refettorio, dispense, una grossa lavanderia, otto aule con servizi, una cappella del seminario molto ampia e ben arredata, un’aula magna, gli uffici amministrativi, sale d’attesa, sale dei docenti e così via. All’esterno è stato costruito un campo da calcio in erba, una piscina, bar interno per i seminaristi, una serra per la coltivazione delle verdure, un campo da pallavolo, uno da tennis e giardini ampi e ben tenuti. Inoltre vi è una grande croce, donata dai fratelli Tamburini, alta 12 metri e posta su un promontorio artificiale fatto a chiocciola; grazie alla sua illuminazione, la croce è visibile a 3 km di distanza!”. Il seminario prese il nome di Seminario Maggiore “Dom José André Coimbra”. La clausura. Nel 2001, poiché era avanzato parecchio materiale dalla costruzione del seminario, il vescovo Dom João Bosco ha manifestato il desiderio di ristrutturare il seminario minore per inserire una comunità di suore di clausura carmelitane, chiedendo all’associazione di garantire, in caso di necessità, la copertura finanziaria degli interventi. I lavori sono iniziati e, nel giro di qualche mese, il vecchio seminario si è trasformato in un bellissimo convento di clausura. All’inizio sono arrivate tre suore da un altro convento e hanno incominciato la loro vita quotidiana con l’intenzione di poter accogliere altre suore di clausura: alle 20 stanze si aggiungevano la cucina, l’infermeria e la cappella. La superiora della Casa madre di queste suore, poiché non era molto distante dal nuovo convento, ha chiesto al nuovo convento di non fabbricare particole, affinché non le privassero del loro lavoro nella Casa madre. “Dom João Bosco mi ha interpellato chiedendomi quale lavoro si potesse portare in convento per far sì che le suore avessero una loro economia; il mio suggerimento è stato quello di comprare una macchina non molto ingombrante per fare ogni tipo di pasta fresca e gnocchi da vendere in città, caldaie a vapore per stirare l’abbigliamento della popolazione e infine macchine da cucire industriali. Questa proposta è stata accettata da Dom João e immediatamente noi dell’associazione São Josè abbiamo provveduto alla ricerca di tutto questo materiale, che è stato poi spedito attraverso un container. Dom João si è attivato per avvertire le parrocchie della città affinché comunicassero ai fedeli che le suore producevano pasta fresca e che la vendevano per il loro mantenimento e che avrebbero stirato e cucito per chi ne aveva bisogno. Terminata la struttura, mi sono recato l’anno successivo in Brasile per vedere di persona questo convento e conoscere le suore che vivevano lì. La struttura mi è piaciuta molto e l’ho trovata molto funzionale; ho notato però che le suore non erano più tre, ma c’erano nove novizie! Le suore, contente di quello che era stato fatto per loro, ci hanno ringraziato, assicurandoci le loro preghiere”.

Uberaba

Formazione professionale. Nel 2010 padre Paolo Alutto ha rintracciato l’associazione attraverso la referente di Uberaba, nel Minas Gerais, la dr.ssa Ilda ed è venuto in Italia; si è presentato presso la sede operativa di Rezzato e ha chiesto collaborazione per alcuni progetti, già in corso a Uberaba, che erano gestiti dalla comunità di quattro padri Somaschi: la “Casa do adoloescente” e la scuola di formazione professionale “San Jeronimo”. Uberaba è una città di circa 296.000 abitanti ed è il centro commerciale di un’importante area agricola; le produzioni di bovini, soia, mais e canna da zucchero stanno diventando un’importante attività, mentre due nuovi impianti per la produzione di etanolo stanno per essere installati nella città. Nel maggio di ogni anno si svolge un’importante fiera agricola e di bovini. Le industrie cittadine includono impianti per la produzione di cemento e di fertilizzanti, industrie alimentari (dolciumi), cosmetici, fabbriche di calzature e di arredi, oltre all’industria elettronica rappresentata da un impianto della Black & Decker. La città ospita anche più di venti industrie chimiche, che rappresentano i più grandi produttori di fertilizzanti fosfati dell’America Latina. Uberaba ha anche la particolarità di ospitare villaggi cintati protetti da una portineria con password e varie guardie all’interno; sono considerati villaggi sicuri anche per i bambini. La “Casa do adolescente” accoglie 200 ragazzini/e di età compresa tra i 6 e i 15 anni e li ospita dal mattino presto fino alla sera tardi; il “Centro de Formaçao Profissional Sao Jeronimo” accoglie oltre 400 ragazzi tra i 15 e 25 anni, iscritti ai vari corsi professionali, dalle 13 alle 23. Padre Paolo descrisse come tragica la situazione: le due realtà erano collocate nella periferia di Uberaba, in una cittadina colma di problemi gravissimi: scolarità quasi nulla, lavoro poco e mal pagato, criminalità giovanile, bande che scorazzavano giorno e notte, droga e così via. “La comunità fa in modo di aprire la casa al mattino presto per le attività sociali e parascolastiche (musica, lettura, sport, gioco, lingua, matematica, teatro e informatica), il tutto dopo aver servito un’abbondante colazione. Dopo aver distribuito il pranzo ai ragazzini della ‘Casa do adolescente’, grazie all’aiuto di circa 50 educatori e volontari, arrivano i ragazzi per i loro corsi professionali (serigrafia, elettricità, elettronica, informatica, grafica, panetteria, moto e automobili, parrucchiere, calzoleria, sartoria, segreteria d’ufficio e così via). A tutti viene servita un’abbondante merenda, perché per molti di loro ciò che offrono i religiosi sono gli unici pasti che possono permettersi; successivamente tornano nelle loro famiglie, in baracche di 6×4 metri, senza acqua e senza corrente, mentre i ragazzi più grandi continuano i corsi fino alle 23. Per le famiglie i missionari svolgono, inoltre, corsi di educazione riservati agli adulti. Tutti questi servizi sono autorizzati ma non finanziati dalle autorità pubbliche, e sono offerti alla popolazione gratuitamente; per questo motivo ci venne richiesto un contributo per far svolgere le attività ai ragazzi in modo da prepararli all’ingresso nel mondo del lavoro e ad affrontare la vita con le loro forze. Ritenemmo che il progetto potesse essere approvato dalla Commissione Adozioni Internazionali (CAI) che ha sede presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri a Roma”. Oltre a questo, venne richiesto un sostegno anche per il “Progetto Guadalupe”: tra i laboratori si voleva inserire un’attività che potesse sostenere economicamente il mantenimento di tutti gli studenti. “Un mio carissimo amico, Agostino Fracassi, mise a disposizione dei macchinari del suo pastificio; prontamente avvisai di questa donazione padre Paolo, che con grande entusiasmo accettò la proposta. Nello stesso anno, ho provveduto a ritirare dal laboratorio di Fracassi alcune macchine: una per la pasta fresca, una per fare i ravioli, una per gli gnocchi e così via. Il tutto è stato spedito tramite un container che padre Paolo ha ritirato al porto di Santos. Lo stesso Agostino si era reso disponibile ad andare in Brasile per l’installazione di queste macchine, tuttavia il suo desiderio non si è potuto avverare in quanto Agostino ci ha lasciato prematuramente. Prima del suo decesso, mi chiamò e mi disse che per realizzare questo laboratorio avrei dovuto rivolgermi a Luciano Nardi di Montirone. Anche Nardi per problemi di salute non se la sentì di andare in Brasile, ma mise a disposizione un operaio per insegnare ai ragazzi come far funzionare le macchine. L’operaio di Nardi partì così con la moglie per il Brasile. Richiedemmo, inoltre, l’ausilio di un tecnico. In 20 giorni l’attività del raviolificio fu avviata con successo e registrò le prime vendite. Noi, invece, mandammo il nostro volontario Pietro Sottini per il supporto logistico. Tornando in Italia, tutti coloro che avevano collaborato espressero il loro entusiasmo per l’opera. Il progetto si concluse con una spesa di 295.426,96 euro, la CAI di Roma diede un contributo di 187.711,96 euro”.

Manaus

Il sostegno alla retta. Con la famiglia, nel 1993, Giacomini è stato a Manaus, capitale dello stato dell’Amazonas. Situata sulla riva del Rio Negro, Manaus è vicina alla confluenza con il Rio delle Amazzoni ed è un porto importante e un centro di snodo per il sistema fluviale della regione. Il clima presente a Manaus è di tipo tropicale monsonico equatoriale, non presenta una stagione secca, le precipitazioni sono abbondanti in qualunque periodo dell’anno e in particolar modo dai mesi che vanno da dicembre a giugno. È anche un punto comune da cui i turisti partono per visitare la Foresta Amazzonica. Manaus è un centro strategico del turismo ecologico, una delle attrazioni più conosciute è la spiaggia di Ponta Negra, dove il fiume è basso e il colore scuro dell’acqua contrasta con il biancore della sabbia. L’area forestale dell’Istituto Nazionale di Ricerca in Amazônia (INPA) è un complesso composto da giardini botanici, ricchi di specie vegetali, e dai giardini zoologici, che contengono alcuni animali che rischiano l’estinzione. I baroni del caucciù avevano pianificato di trasformare Manaus in una città in stile europeo, questa venne soprannominata la Parigi dei tropici. Con il termine della popolarità della produzione di caucciù nella zona, Manaus entrò in una fase di declino prima di riprendersi economicamente negli anni Cinquanta. Nel 1967 il governo brasiliano aprì una zona libera. Da allora la città è cambiata radicalmente, diventando un punto importante dell’industria soprattutto per i beni elettrotecnici. “A Manaus siamo stati ospitati per tre giorni nell’istituto ‘Filippo Smaldone’ delle suore del Sacro Cuore; la superiora dell’epoca era suor Piera, che ci ha trattati nel migliore dei modi. Durante questa permanenza mi ha fatto notare che la scuola necessitava di alcuni piccoli interventi e che parecchi bambini non potevano sostenere la retta. Viste queste esigenze, tornato in Italia, ho provveduto a mandare loro dei contributi per la sistemazione della scuola che già avevo visitato; inoltre mi sono fatto spedire le schede dei bambini che non potevano pagare la retta, che poi ho trasmesso alle famiglie che mi avevano chiesto di sostenere dei bambini. Per diversi anni questi padrini hanno provveduto ad inviarmi la quota annuale che poi giravamo a suor Piera per coprire le spese di questi bambini. Suor Piera si è sempre dimostrata una suora veramente impegnata; con lei tutt’oggi ho un grande rapporto di amicizia. Nel tempo sono state sviluppate molte opere grazie alla collaborazione con questa grande donna”.

Fortaleza

Per la salute. Sempre nel 1993, attraverso padre Natale Battezzi, Giacomini ha saputo che le suore del “Sagrados Corações de Jesus e Maria” a Fortaleza, capitale dello stato del Cearà, si occupavano di bambini ammalati di cancro. Fortaleza è un importante centro industriale e di servizi. La città è una popolare destinazione turistica, con attrazioni come il più alto parco acquatico del Brasile, il Beach Park. È la seconda città più importante della regione dopo Salvador de Bahia ed è la quarta capitale del Brasile. “Sono rimasto molto impressionato nel vedere questi bambini che, nonostante la loro malattia, avevano sempre un sorriso sulle labbra ed erano molto legati affettivamente a queste suore che con tanto amore li seguivano, li portavano in ospedale per le terapie e li accompagnavano fino alla morte. Qui io e i miei amici abbiamo ristrutturato la casa, che si trovava in pessime condizioni; con i fondi donati e con volontari in loco, tra cui sempre Pietro Sottini”. È la stessa suor Maria, la superiora della Casa, a raccontare la sua storia: “Ero sposata, ho avuto nove figli, che ho cresciuto da sola perché mio marito è deceduto prematuramente; quando tutti i ragazzi, compresa Socorro diventata suora benedettina, si sono sistemati, mi sono presentata al vescovo di Fortaleza per chiedergli se potevo andare in una parrocchia a fare la volontaria. Il Vescovo, invece, mi ha suggerito di aprire una congregazione di suore chiamate ‘Sagrados Corações de Jesus e Maria’ con il compito di assistere i numerosi bambini affetti da cancro. Il Vescovo mi disse, inoltre, di sapere che avevo una figlia nelle suore benedettine, e mi disse che avrebbe fatto in modo che ella uscisse da quell’ordine e che si aggregasse a me per dare inizio a questa nuova opera. Così mi sono fatta suora e ho aperto la casa, che grazie all’associazione può funzionare in modo decoroso.” LagoinhaLe reti della pesca. Suor Maria proveniva da un paese a 100 km da Fortaleza, chiamato Lagoinha, dove la gente viveva solo di pesca. “A prima vista sembrava un paradiso: mare stupendo, dune da favola e sabbia colorata. Incantevole! Ho notato tuttavia che la miseria era estrema, non c’erano coltivazioni, né medici né preti, il nulla. Ho parlato a lungo con i pescatori, radunati per l’occasione in chiesa, per sentire come vivevano e di che cosa avessero necessità. Nella discussione la prima cosa che è emersa è stata la loro grande fatica di portare per circa 500 metri la propria barca all’asciutto, al sicuro dalla marea, attraverso due tronchi di palma, per farla scorrere. La seconda cosa emersa è che necessitavano di una bilancia per poter pesare il pesce in quanto il proprietario della bilancia chiedeva loro un onere altissimo. Inoltre hanno chiesto delle reti da pesca, anziché la sola canna da pesca con cui erano abituati, e dei grossi ami. Dopo queste richieste ho proposto loro di costituirsi in una cooperativa in modo che ciascuno avesse diritto di usufruire degli attrezzi che sarebbero stati messi a disposizione. Ho lasciato questo paesino con molta amarezza nel cuore, pensando a quei poveri pescatori che rischiavano ogni giorno la vita in alto mare per poter sfamare le loro famiglie. Tornato in Italia perciò mi sono rivolto immediatamente a Franco Tamburini, mio grande amico e sponsor di vario materiale, e gli ho chiesto se nella sua azienda poteva costruire uno strumento che desse la possibilità a questi poveri pescatori di portare le loro barche all’asciutto senza dover faticare tanto, specialmente quando tornavano a tarda notte. Franco ha costruito un attrezzo fornito di ruote che caricava le barche dall’acqua e veniva poi trascinato attraverso una manovella fino alla secca con un filo di acciaio che le agganciava. Questo strumento risparmiava loro circa un’ora di fatica, tempo che occupavano ogni qualvolta arrivavano dalla pesca. A Giuseppe Mazzucchelli, che era stato un dipendente della Regione Lombardia e sovraintendeva i laghi bresciani, ho chiesto di procurarmi delle reti da pesca; la generosità di Giuseppe è stata molto grande: ha preparato, infatti, 4 km di reti in nylon, 20 kg di ami da pesca di vario genere e migliaia di metri di filo di nylon di ogni misura. Per pesare il pesce, mi sono rivolto all’amico Agostino Fracassi, che prontamente mi ha fatto avere una bilancia automatica che arrivava fino a 100 kg. Il tutto è stato spedito in Brasile tramite un container, che comprendeva anche vestiario e alimenti. Infine, viste le loro barche, che sembravano gusci di noce, ho chiesto ad un costruttore di barche a Lagoinha il prezzo di una barca da altura da poter mettere a disposizione della cooperativa; visto il prezzo ho ritenuto di dargli l’incarico di costruirla immediatamente, lasciando un primo fondo che avrei poi saldato alla consegna della barca. Oggi Lagoinha è cresciuta ma ha conservato il paesaggio incantevole e mozzafiato, rivelandosi un luogo da favola per i turisti.

Paraipaba

Scuola e formazione professionale. “Nel 2005, attraverso le suore di Filippo Smaldone di Fortaleza, ho avuto modo di conoscere frei Gesoaldo della congregazione Divina Provvidenza. Mi ha chiesto di sostenerlo nella costruzione di un asilo nella favela di Paraipaba, con annesso un piccolo consultorio per visitare i bambini. Sono andato con lui a vedere il terreno dove già sussistevano alcuni ruderi che potevano essere ristrutturati e adibiti all’asilo che lui chiedeva; mi ha rassicurato sul fatto che avrebbe usato volontari in loco per eseguire i lavori necessari. Gli abbiamo inviato una prima tranche di materiale e sono iniziati immediatamente i lavori. Nel frattempo gli ho chiesto il numero delle finestre e delle porte dell’edificio, così da poterle sistemare nel nuovo asilo. Alcuni mesi dopo è partito un volontario, Luigi di Pavia, per l’impianto elettrico. Arrivato in Brasile e visto quanto era stato costruito, mi ha telefonato dicendomi che frei Gesoaldo in tutta la costruzione non aveva fatto aperture per le finestre ma aveva messo dei quadratini di cemento vuoti per fare entrare la luce; i bambini avrebbero trovato molte difficoltà a scrivere in quanto la luce che proveniva dall’esterno era poca. Immediatamente ho chiamato frei Gesoaldo, chiedendogli perché avesse chiuso le finestre normali; la sua risposta è stata molto semplice: Non avevo più soldi’. Gli ho ribadito che tempo addietro mi ero fatto mandare le misure per le finestre e per le porte e che erano già pronte per la spedizione in un container, per cui doveva ritirare questo materiale al porto di Fortaleza, togliere i quadratini di cemento e inserire le finestre. Non saprei dire quanta riconoscenza e quanto affetto questo frei Gesoaldo ha espresso più volte nei nostri confronti. Ancora oggi l’asilo è ben strutturato e accoglie i bambini poveri della favela gratuitamente”. La scuola elementare. Nel 2009 frei Gesoaldo ha chiesto una mano per poter offrire ai bambini che uscivano dall’asilo un percorso continuativo con la costituzione di una scuola elementare. “Abbiamo accettato questa richiesta perché riteniamo come da nostro statuto di avere una missione particolare per i bambini. La scuola è stata edificata con la collaborazione anche di alcuni benefattori brasiliani; la manodopera è stata raccolta tra i volontari che già avevano aiutato frei Gesoaldo nella costruzione dell’asilo. Dai disegni che ci aveva mandato, abbiamo capito che questa scuola forniva tutte le aule necessarie ai bambini che uscivano dall’asilo e ad altri che venivano dalla favela. Ospitava anche un refettorio per poter dare una sostanziosa merenda ai bambini che la frequentavano”. Frei Gesoaldo si è sempre mostrato innamorato nel seguire i bambini della favela e ha sempre avuto parole di elogio per il Progetto São José. Terminata l’opera, prontamente frei Gesoaldo ci mandò l’invito per partecipare all’inaugurazione. “Non potendo andare di persona per problemi di salute, ho mandato il nostro psicologo, Germano Pasquali, e la pedagogista e professoressa Maria Grazia Guarneri. Al rientro ci hanno raccontato che la scuola era incantevole e funzionale e che soddisfaceva le nostre aspettative. Nel 2013 ho avuto modo di incontrare frei Gesualdo, che con le lacrime agli occhi mi ha detto della malattia che l’aveva colpito e che era stato obbligato a lasciare la scuola nelle mani dei suoi collaboratori”.

Fortaleza

Nuove aule. Nel 2008 suor Sisy, superiora dell’istituto Filippo Smaldone di Fortaleza, ha chiesto informazioni per l’ampliamento della scuola. La richiesta è stata accettata dal consiglio che ha mandato Pietro Sottini a dirigere i lavori, sempre con il coinvolgimento del personale del luogo: nel terreno adiacente sono state così ricavate in un anno cinque nuove aule che rappresentano una grande opportunità per molti ragazzi. Il fabbricato dismesso. Nel 2008, durante la visita a Fortaleza, Giacomini ha incontrato padre Ferdinando, che lavorava come parroco in una favela di Fortaleza. Padre Ferdinando aveva un sogno: creare un ambiente in modo da poter dare almeno un pranzo ai bambini e agli anziani e nello stesso plesso costituire un ambulatorio per dare sostegno medico ai bambini e agli anziani. Nella favela c’era proprio in vendita un fabbricato malmesso che è stato comprato e ristrutturato con un contributo dell’associazione. “Quando sono tornato a Fortaleza mi sono stupito di come avevano saputo utilizzare quella casa che per me era da abbattere! Mi sono complimentato con loro e, sentite le loro ulteriori necessità, soddisfatto per quanto avevano già fatto, li ho autorizzati a sopraelevare la casa, in modo che potessero avere maggiori spazi. La casa è stata sopraelevata ed è stata dedicata a San Padre Pio. I bambini e gli anziani si presentavano tutti i giorni per il pranzo e ciò che avanzava veniva dato agli anziani per la cena. Inoltre, l’ambulatorio era sempre pieno di mamme con i bambini e di anziani. Questa opera è stata veramente di aiuto in quell’ambiente e ai bisogni di quella favela”.

Gama

L’asilo. Negli anni successivi alla ristrutturazione della chiesa di Santa Rita e dell’oratorio in Extrema, abbiamo continuato a inviare indumenti e alimenti per varie comunità brasiliane. Terminati i lavori sono andato ad Extrema per vedere di persona quanto era stato fatto. Nel 1992, ho avuto il piacere di incontrare in Italia padre Natale Battezzi, un mio compagno di scuola degli anni del ginnasio”. Anche lui tornava in Italia per un periodo di vacanza dalla missione che stava svolgendo a Gama (Distretto Federale) come parroco della chiesa di San Sebastiano. Gama è una città situata su un altopiano nata nel 1960 come “città-satellite” di Brasilia e divisa in cinque distretti, ognuno con funzionalità diverse: commercio, industria, alloggi… Oggi conta circa 127.000 abitanti ed è sempre più indipendente economicamente da Brasilia. Padre Natale, sacerdote pavoniano, si è sempre molto impegnato a favore dei bambini e in modo particolare delle coppie di sposi giovani, tanto che mensilmente le riuniva per la catechesi e per un pranzo condiviso. Le coppie presenti ogni volta erano 260 circa! Aveva l’intenzione di creare un asilo per bambini, in quanto erano presenti in gran numero nella sua parrocchia. “Ho accettato a cuore aperto la sua richiesta e attraverso la vendita di oggetti brasiliani che padre Natale aveva portato, di alcune lotterie ed altre donazioni, è stata raccolta una buona cifra tale da poter iniziare il lavoro. Mio cognato Pietro Sottini, buon muratore e ottimo idraulico, ha coordinato i lavori. Nel giro di un anno, l’asilo era funzionante e pronto ad accogliere 160 bambini. Le suore della città si sono occupate della direzione e Padre Natale ha assunto delle maestre per l’educazione dei bambini. Tutto procedeva nel migliore dei modi per l’educazione di questi bambini, che provenivano per la maggior parte da famiglie molto disagiate. Mariolina. Nel 1994 Giacomini si reca in Brasile da padre Natale, che lo accompagna in una favela chiamata “Santa Maria” nella sua parrocchia; come favela era sprovvista di tutto: mercati, supermercati, chiesa, asili e scuole. Il governo gli aveva lasciato alcuni lotti di terra. Padre Natale voleva costruire un asilo affinché i bambini della favela potessero essere assistiti, curati e alimentati. Inoltre chiedeva di poter realizzare una chiesetta in modo da soddisfare le esigenze di coloro che abitavano già nella favela di Santa Maria e aveva in mente un consultorio per l’assistenza agli anziani e ai bambini. “Subito proposi Mariolina, un’infermiera di Busto Arsizio in pensione, che voleva mettersi a disposizione come missionaria laica. Padre Natale ha accettato di buon grado la mia proposta e abbiamo pensato di costruire anche un appartamento per lei. Tornato in Italia, ho preparato un piano per l’asilo e mi sono consultato con Pietro Sottini per la costruzione dell’asilo, della chiesa e del consultorio”. Mariolina ha accettato ed è partita subito per il Brasile dove ha preso possesso della gestione dell’ambulatorio. Sono stati costruiti l’asilo, la chiesa, il consultorio e il piccolo appartamento per Mariolina. L’opera è stata completata nel 1995 e all’inizio dell’anno scolastico la scuola materna ha accolto 110 bambini. La gente povera si riversò immediatamente su questo ambulatorio in quanto in Brasile non è prevista l’assistenza sanitaria. Il lavoro di Mariolina è stato molto proficuo con continue richieste di aiuto. Nel frattempo dall’Italia l’associazione spediva i medicinali. Una domenica, alla presenza della popolazione di Santa Maria, Mariolina ha pronunciato i voti nelle mani di padre Natale, diventando suor Mariolina. Poco dopo si è aggiunta un’altra missionaria, una suora laica brasiliana, chiamata da tutti suor Maria: le due si sono divise i lavori e hanno condiviso la stessa casa. La storia continua. Nel 2009 padre Natale voleva aprire, accanto all’asilo, anche una scuola elementare in modo da dare in primo luogo una continuità educativa ai bambini che uscivano dall’asilo, e in secondo luogo per dare opportunità anche ai bambini della favela Santa Maria. Il governo aveva garantito la retribuzione degli insegnanti. La scuola era pronta per l’inizio (febbraio in Brasile) ed è stata chiamata “Nossa Senhora Maria Mãe de Providencia”. La favela di Santa Maria poteva vantare ora anche una scuola elementare. Nel 2009, sempre alla parrocchia di San Sebastiano diretta da padre Natale Battezzi, abbiamo donato 21 computer e l’attrezzatura per creare una scuola con i relativi corsi per le persone che avevano bisogno di apprendere i rudimenti di informatica per trovarsi un lavoro”. Nella scuola elementare “Nossa Senhora Maria Mae de Providencia” che era già sorta a Santa Maria con i nostri contributi e diretta da padre Natale Battezzi, abbiamo donato sempre nello stesso anno, 21 computer e relativa attrezzatura per fornire un laboratorio di informatica agli alunni di questa scuola. “Va riconosciuto a padre Natale il suo grande e generoso impegno per quello che ha saputo fare a Gama (asilo e scuola di informatica) e a Santa Maria (asilo, chiesa, scuola elementare, laboratorio di informatica). Il suo lavoro ha saputo soddisfare parecchie famiglie della favela e ha saputo educare numerosi bambini che sono passati dalle sue strutture. Era molto amato sia dagli alunni che dalle famiglie per la sua sensibilità verso i poveri e il suo impegno per l’educazione dei bambini e degli adolescenti”. Il sogno di Lucas. Nel 1998, in una visita all’asilo di Gama, Giacomini nota Lucas, un bambino di tre anni, che camminava con due assicelle sotto le ginocchia perché le sue gambine erano rivolte all’insù. “Ho chiesto a padre Natale, responsabile dell’asilo, se i genitori si erano interessati di far visitare questo bambino da un ortopedico. La sua risposta è stata lapidaria: ‘I genitori vivono in una favela. In Brasile non esiste la copertura sanitaria pubblica per cui non è mai stata possibile alcuna visita’. Padre Natale ha accompagnato il bambino a fare delle lastre che ho portato con me in Italia alla Poliambulanza, un Ospedale bresciano gestito dalle Ancelle della Carità. Ho presentato la situazione del bambino e prontamente mi hanno assicurato gratuitamente un posto letto e, dopo aver parlato con il primario di Ortopedia, Flavio Terragnoli, ho ricevuto l’assenso perché il piccolo Lucas potesse venire in Italia”. Lucas è arrivato in Italia nell’inverno del 1998 accompagnato dalla mamma, Francisca. “In un primo tempo sono stati sistemati per sei mesi nella mia residenza, in quanto la questura di Brescia mi aveva dato il permesso di fare arrivare questo minore affidandolo pienamente sotto la mia responsabilità. Poi, nei mesi successivi, abbiamo acquistato una casetta prefabbricata che è stata sistemata nell’ampio cortile: la casa aveva una cucina, una camera da letto, un bagno completo e l’aria condizionata, con la pompa di calore per scaldare in inverno. Inoltre abbiamo provveduto a fornire a questa casetta un tetto rialzato in modo che né il sole né la neve potessero scaldare o raffreddare l’ambiente. Essendo molto vicini, ho potuto controllare giornalmente le loro condizioni e ho provveduto personalmente alle spese necessarie al loro mantenimento. Il parroco di Borgosatollo, don Antonio Bonetta, che condivideva appieno questo progetto, l’ha battezzato a casa mia. Potete immaginare la gioia di questo bambino e della madre”. Erano sei gli interventi totali previsti per il raggiungimento completo della deambulazione. Lucas si è subito adattato all’ambiente ospedaliero: la sua simpatia ha coinvolto tutto lo staff medico! Era tanto il desiderio che aveva di poter camminare che anche dopo gli interventi non si è mai lamentato del dolore e neppure dell’impossibilità di uscire dal letto. L’edicolante dell’Ospedale aveva preso Lucas in simpatia e ogni giorno lo caricava sul carrello e lo portava con sé nei vari reparti. Lucas si era preso il compito di gridare in ogni stanza “Signori ci sono i giornali!”, acquistando la simpatia dei degenti, oltre a quella dell’equipe medica e degli infermieri che spesso se lo contendevano vista la tenera età. Lucas ha passato così in spensieratezza i tanti mesi che ha dovuto passare in ospedale: per ogni operazione restava in ospedale minimo trenta giorni. Dopo sei interventi Lucas ha potuto cominciare a camminare usando due stampelle su misura. Il suo desiderio principale era di poter calzare le scarpine da ginnastica; dopo l’ultimo intervento, “io e il dr. Terragnoli gli abbiamo fatto calzare le scarpine, una a testa. La risposta di Lucas è stata immediata: ci ha abbracciato entrambi e ha gridato a voce alta Vi ringrazio’”. Terminate le operazioni, Luca è stato iscritto alla scuola materna di Borgosatollo. Anche qui si è fatto ben volere, facendo amicizia rapidamente sia con i bambini che con le insegnanti. Frequentava la scuola dell’infanzia con molta passione: “Ogni volta che andavo a ritirarlo, le insegnanti si complimentavano per la sua spiccata intelligenza e socievolezza”. A casa di Giacomini un giorno arrivò il vescovo di Patos, che comunicò a Lucas il suo prossimo rientro in Brasile”. “Dom João ‒ rispose Lucas ‒ come vedi io parlo, e bene, l’italiano, per cui mi sento italiano e non intendo tornare in Brasile”. Nel frattempo il dott. Terragnoli con la sua equipe aveva intravisto un problema anche per la madre di Lucas: “Questa signora, caro Angelo, ha un difetto. Ha una gamba più corta che gli impedisce di camminare correttamente per cui se non si procede a tagliare questo arto 20 centimetri più corto dell’altro, fra un paio di anni non potrà più camminare in quanto la colonna vertebrale non la sosterrà perché andrà fuori posto. Ti prego di comunicare alla stessa che se accetta, io intendo operarla quanto prima e metterle una protesi in modo che possa camminare normalmente”. Francisca in un primo momento non ha accettato la proposta, tuttavia, dopo alcuni giorni di riflessione, si è convinta. Dopo una settimana le veniva amputata la gamba proprio sotto il ginocchio. “Terragnoli mi ha chiesto di interessarmi se in Brasile avevano lo stesso tipo di protesi, in modo che se avesse avuto delle problematiche avrebbero potuto aggiustarla o sostituirla. Ho telefonato a varie ditte brasiliane e ne ho trovato una che faceva questo tipo di protesi”. Al termine della degenza ospedaliera in Poliambulanza, Francisca è stata portata alla casa di cura Domus Salutis per la riabilitazione. Durante la sua permanenza presso la Domus Salutis, ha conosciuto una signora, alla quale era stata amputata la gamba sotto al ginocchio e che si era fatta mettere una protesi in carbonio. Tornata a casa, Francisca ha iniziato a lamentarsi della sua protesi, che secondo lei aveva un sacco di difetti. Dopo un’accurata visita specialistica, Terragnoli ha spiegato che la protesi non aveva difetti, ma che forse ne preferiva una in carbonio in quanto più leggera e più elegante. “Io ero contrario, anche perché la protesi scelta era l’unica che poteva darle una sicurezza anche in Brasile. Nonostante tutto, Terragnoli manifestando bontà e generosità le mise la protesi in carbonio. Sapendo da dove veniva Francisca (abitava in una baracca senza finestre) e sapendo che non aveva un lavoro se non quello di accattonaggio, ho pensato di rivolgermi a dom João Bosco che avevamo aiutato nella costruzione del Seminario maggiore di Patos, chiedendogli un lavoro all’interno del seminario per Francisca. La sua risposta è stata molto gentile e repentina: l’avrebbe messa al centralino telefonico. Non poteva, però, essere ospitata nel Seminario maggiore, per cui abbiamo comprato un lotto di terreno a circa 200 metri dal Seminario. Dopo un mese Pietro Sottini è partito per costruire una casetta per Lucas e Francisca con due camere da letto, un bagno, una cucina e una sala; proprio davanti a questa villetta si fermava il pullman che andava in città. In aggiunta, la casa era fornita di un giardino nella parte anteriore e dietro la casa c’era la possibilità di coltivare un orto. Finita la casa, ho annunciato a Francisca che dom João Bosco le avrebbe dato il lavoro di centralinista in seminario e che noi, come Progetto São José, le avremmo messo a disposizione una casetta nuova e che avrebbe dovuto pagare un affitto simbolico al Progetto São José: questo affitto non sarebbe stato dato a noi ma a dom João Bosco, con il quale ci eravamo accordati di depositare i soldi su un conto intestato a Lucas, che avrebbe potuto ritirare solo al compimento dei 18 anni. Convocata in consiglio, Francisca ha risposto che non intendeva fare quanto da noi proposto e tantomeno pagare l’affitto simbolico; e, prima di partire, intendeva ritirare i 20 milioni di lire offerti da vari benefattori a favore di Lucas. Quei soldi non potevano, però, essere presi da lei, perché chi li aveva donati l’aveva fatto per il futuro di Lucas. Lei sosteneva che quei soldi le spettavano di diritto. In consiglio si è animata una discussione molto accesa in quanto io come presidente non intendevo aderire alla sua richiesta; tuttavia, la maggioranza dei consiglieri decise che non voleva più avere a che fare con questa Francisca e quindi stabilì di darle i 20 milioni di lire”. Francisca pretese, inoltre, di restare qualche anno in Italia perché aveva trovato lavoro e ospitalità. Ovviamente Giacomini si opponeva all’idea, anche perché gli accordi con la Questura di Brescia erano stati chiari: terminati gli interventi di Lucas, sarebbero rientrati in Brasile perché il permesso del soggiorno era vincolato alla malattia del figlio. Dopo qualche giorno Angelo fu convocato in Questura e venne accusato di aver commesso un grave crimine, cioè di aver sottratto il passaporto alla signora Francisca e a suo figlio. “Io non ho sottratto nulla – spiegò Angelo –. Questi passaporti sono custoditi in un faldone insieme a tutte le cartelle cliniche nel mio studio. Alla signora Francisca ho consegnato una copia fatta autenticare nel mio Comune dal portare sempre con sé, affinché i documenti originali non venissero perduti. Francisca sapeva benissimo che si trovavano lì. Dopo una discussione molto animata, mi imposero di restituire gli originali cosa che feci immediatamente tornando in ufficio insieme al biglietto di ritorno. Due giorni dopo, l’ho fatta accompagnare a Malpensa per il rientro in Brasile, a tre anni di distanza dal suo arrivo In Italia. Questa esperienza è stata molto positiva per il rapporto con il bambino, purtroppo verso la fine con la mamma ci sono stati dei disguidi molto spiacevoli. Lucas ha riavuto la sua deambulazione normale; avrebbe dovuto rientrare in Italia tre anni dopo per il prolungamento osseo ma la madre non ha voluto rimandarlo. Ho mantenuto i contatti con Lucas via Skype: ha studiato a Fortaleza infermieristica con un buon successo e adesso lavora in un ospedale di Fortaleza”.

Nova Venecia

La casa per le famiglie adottive. “Nel 1995, attraverso una donazione di Luciano Romano, mio caro amico, con l’incarico a padre Egidio, è stata costruita in Nova Venécia, in Espirito Santo, una casa molto accogliente, destinata ad ospitare le famiglie che dovevano effettuare la convivenza per l’adozione. Questa città fu fondata nel 1888 con il nome di ‘Colônia de Santa Leocádia’ più tardi ‘Colônia de Nova Venécia’ dagli immigrati italiani ed è grande produttrice ed esportatrice di graniti in svariati colori. Luciano, oltre alla casa, ha provveduto anche a far costruire un muro di cinta intorno alla casa. Da parte mia ho inviato dall’Italia materiale elettrico, materiale idraulico e sanitario, dei serramenti in alluminio, delle porte e quanto necessario per il funzionamento della struttura; inoltre ho inviato una moderna cucina per comunità. Alla fine dei lavori, la casa è risultata molto accogliente ed il materiale italiano molto apprezzato”. Qualche anno dopo questa casa è stata ceduta da padre Egidio per accogliere temporaneamente famiglie in stato di estrema necessità. Villaggi per famiglie. Sempre nel 1995, durante la visita alla favela, l’assistente sociale del tribunale mi ha comunicato che a Nuova Venezia lavoravano i padri comboniani che avevano la Casa generale a Brescia. Padre Egidio Melzani, superiore della casa comboniana di Nuova Venezia, fece la richiesta di un sostegno per la costruzione di 30 casette di 80mq da destinare alle famiglie povere della favela; mi spiegò poi che il progetto prevedeva che alla costruzione dovessero partecipare anche le famiglie assegnatarie con il contributo della manodopera. Da parte nostra abbiamo dato la nostra disponibilità e subito sono iniziati i lavori delle prime 30. Nel corso del tempo poi, questo progetto si è sviluppato e migliorato; un ente spagnolo ha dato il suo sostegno per la costruzione di altre 40; successivamente, un altro ente tedesco ha dato il suo contributo per 80 abitazioni. Oggi il villaggio è costituito da ben 300 edifici. Personalmente ritengo che questo progetto sia stato veramente azzeccato in quanto le famiglie che prima abitavano in baracche, oggi, grazie al progetto e al lavoro delle famiglie assegnatarie stesse, si trovano ben sistemate e con orgoglio possono affermare: ‘È la nostra casa!’. Mi auguro che queste iniziative si possano promuovere per altre favelas. All’interno di questo villaggio, è stata costruita nel 2000 una chiesa, per permettere ai residenti di poter assistere alle celebrazioni liturgiche.

Vitòria

L’ultimo dono. “La domenica delle Palme del 2002, che cadeva il 24 marzo, Gianbattista Passini, che non avendo figli aveva adottato con noi l’anno precedente una bambina, mi ha pregato di andare da lui. Sapendo che era ammalato con nessuna speranza di guarigione, non ho esitato a soddisfare la sua richiesta. Entrando nella sua bella casa, ci siamo abbracciati; sono stato in compagnia della sua famiglia fino a sera inoltrata e quando stavo per salutarlo, mi ha pregato di seguirlo nella sua camera. Ci siamo seduti sul letto, mi ha ringraziato per l’aiuto che gli avevo dato per l’adozione della sua bambina, mi ha confermato la fine ormai della sua vita, chiedendomi se era possibile acquistare a Vitòria, nello Stato dello Espirito Santo, una casa per le coppie che avrebbero adottato in questo stato”. Vitoria è una città-isola, in quanto circondata da un lembo di mare, bagnata dall’Oceano Atlantico; Vitória è una delle tre isole-capitali di Stati brasiliani dopo Florianópolis e São Luis, rispettivamente capitali degli Stati di Santa Catarina e Maranhão. La sua posizione è strategica ed è situata a non eccessiva distanza da grandissimi centri come Rio de Janeiro e Belo Horizonte. Ha un’attività portuale molto importante con tre porti che fanno di Vitória un crocevia di rotte commerciali e di trasporto di prodotti industriali e agricoli. Le altre voci nell’economia della città sono date da un’industria siderurgica piuttosto attiva; un fiorente turismo e uno sviluppo notevole del settore dei servizi. “Senza aspettare una mia risposta, Gianbattista mi ha posto nelle mani un assegno per l’acquisto della casa; da parte mia gli ho detto che avrei dovuto comunicare la cosa in primo luogo al consiglio, dichiarando anche l’importo che mi aveva dato. Gianbattista mi ha risposto: ‘Angelo io conosco bene te, non conosco il consiglio, per cui ti prego esaudisci questo mio desiderio. Di te ho piena fiducia e sono certo che saprai fare questo acquisto’. Mi ha pregato di non comunicare la donazione che mi aveva fatto. Dopo un lungo abbraccio e qualche lacrima da parte di entrambi, ho fatto rientro a casa mia. Il Mercoledì Santo, alle 6 del mattino, la moglie mi ha telefonato per darmi la notizia della sua morte. Entrato a casa sua, ho visto la moglie in lacrime e la bambina di 10 anni che si rifiutava di andare a vedere il padre deceduto. Ho preso per mano la bambina e con dolcezza l’ho invitata a venire con me a vedere Gianbattista. Dopo qualche minuto di perplessità, ha preso la mia mano e siamo andati a vedere il suo papà. Il giorno del funerale, con il permesso del parroco, prima che uscisse la salma dalla chiesa, non ho potuto esimermi dal fare un pubblico elogio alla sua figura davanti a tutti i partecipanti. In primo luogo mi sono riferito ai parenti, elogiando la sua grandezza d’animo, che forse qualcuno ignorava: ha saputo ricevere dalle mani di Dio una bambina in stato di abbandono per poter formare una famiglia; in secondo luogo ha saputo dare un grosso contributo per l’acquisto di una casa a favore delle coppie che come lui sarebbero andate in Brasile per il cosiddetto ‘periodo di convivenza’ della loro adozione. La sua figura mi è rimasta nel cuore, tanto che nel mio studio ho una fotografia appesa di Gianbattista, il ‘piccolo grande uomo’. Nello stesso anno, mi sono incontrato con il nostro avvocato, la dr.ssa Ilda, che in pochi giorni ha recuperato a Vitòria un bell’appartamento per accogliere le coppie che arrivano per l’adozione. L’appartamento è composto da tre camere da letto munite di aria condizionata, tre bagni, una sala, una cucina abitabile, una lavanderia e uno studio. In quanto all’arredamento, ho provveduto a fornire una cucina, una lavanderia, una sala completa e quattro letti con comodini e cassettiere. Nel cortile sottostante ci sono, inoltre, due posti macchina coperti. Parecchie coppie hanno già usato questo appartamento che hanno ritenuto molto bello e molto comodo in quanto vicinissimo al mare. Nella sala è appeso un quadro con la fotografia di Gianbattista e sotto una targa che dice: ‘Questa casa è stata offerta da Gianbattista Passini’”.

Anapolis

Casa di formazione. Nel 2007, le suore Salesiane dei Sacri Cuori (Filippo Smaldone) di Brasilia chiedevano il sostegno dell’associazione per costruire una casa di formazione su due piani, un centro pastorale, ad Anapolis. Questa città è la capitale economica dello Stato del Goiás ed è al centro di una pianura molto fertile. Lì due suore lavoravano già nella pastorale. “Abbiamo accettato la loro richiesta. Pietro Sottini ha seguito i lavori dall’inizio alla fine; da parte nostra abbiamo provveduto ad inviare, dietro sua richiesta, tutto il materiale idraulico, sanitario, elettrico, le porte e le finestre”.

San Paolo

I figli abbandonati. “Nel 2005, mentre mi trovavo a San Paolo per ritirare i sanitari che l’Ideal Standard di Brescia mi aveva autorizzato a ricevere dalla sede brasiliana che si trovava nel quartiere di Jundiai, ho avuto modo di incontrare il vescovo locale, mons. Joaquin Carreira, che mi ha mostrato il progetto che intendeva attuare per raccogliere i bambini delle prostitute e delle carcerate. Ho apprezzato questa iniziativa perché rispecchiava un po’il nostro intento, come Progetto São Josè, di tutelare e assistere i minori brasiliani. È stato in parte ben finanziato da noi; l’opera è sorta e tuttora continua il suo lavoro di assistenza. Anche questo contributo mi ha molto gratificato in quanto i bambini accolti potevano vivere una vita serena lontano dalle strade. In quell’occasione, Mons. Joaquin mi ha fatto conoscere un suo sacerdote, padre Waldeci Ferreira, che gestiva tre scuole della sua diocesi con oltre 3000 alunni”. L’informatica. Nel 2007 padre Waldeci Ferreira ha chiesto di sostenere l’avvio della scuola di informatica per la quale servivano 45 computer e relative attrezzature; il progetto da lui inviato è stato inoltrato alla commissione delle adozioni internazionali (CAI) di Roma, che ha messo a disposizione 90mila euro. “Onde evitare spese inutili di trasporto, abbiamo deciso di acquistare questi 45 computer e relative attrezzature in Brasile; abbiamo provveduto ad inviare i soldi a padre Waldeci che in breve tempo ha attrezzato il laboratorio di informatica, coinvolgendo, attraverso il Tribunale dei Minori di San Paolo, 600 ragazzi ospiti delle case di accoglienza di minori in stato di abbandono. Le risorse erogate hanno finanziato per 12 mesi la formazione scolastica dei ragazzi, la didattica, l’assistenza sanitaria di base e un pasto al giorno. Agli inizi del 2008, con la morte improvvisa di padre Waldeci, il plesso scolastico ha cessato di esistere. Prontamente ho mandato a prendere tutta l’attrezzatura del laboratorio di informatica, che è stata spedita a Padre Natale a Gama, in attesa di riaprire una nuova scuola in quel territorio”.

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